Motherland: Inefernetto

All'Infernetto ci sono capitato grazie a mia madre. A seguito del suo pensionamento lei decise che tutta la famiglia si sarebbe trasferita all'Infernetto, in un appartamento più grande, con il giardino e più spazio per dipingere. Io e mio padre eravamo contrari, durante il trasloco mia madre disse che le sembrò di trascinarsi dietro il peso di due montagne. Sono passati cinque anni da allora, nei quali ho avuto l'impressione di abitare “in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno”.

L'Infernetto, oltre ad essere il mio quartiere, è per me anche una zona dalle tinte fosche e primitive: situato leggermente sotto il livello del mare, conserva le tracce di un territorio immune e intatto.

Dagli inizi del 2000 la zona è oggetto di un'ininterrotta espansione urbanistica, che ha visto la proliferazione di centinaia di villette residenziali. Nonostante l'intento di regolamentazione e sviluppo dell'area, il sentimento prevalente di questo posto è ancora oggi quello di inospitalità e impedimento. La macchia mediterranea sembra inghiottire le deboli demarcazioni architettoniche dell'uomo: cancelli, muri, strade sembrano assaliti da una natura tentacolare, quasi preistorica e animata.

Da quando sono arrivato ho avuto l'abitudine di perlustrare l'Infernetto in bicicletta, scoprendo un'area dai contorni imprecisi, che sfocia nella cupa e inaccessibile riserva di Castel Porziano. Qualcuno una volta mi ha detto che all'Infernetto sembra sempre che un uragano si sia appena abbattuto, allagando strade e spezzando alberi, o che il sole sia così rovente da ustionare le braccia fuori il finestrino dell'automobile. Sono d'accordo con questa descrizione e nel definire l'Infernetto un luogo hardcore dove, per fortuna, non mi sono mai annoiato di vivere.

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