“I am about to venture into a romantic field, where man and nature rule side by side and each makes the other meaningful and interesting;” just like the painter Ludwig Richter, I too seek a long-lost symbiosis between nature and culture. The more time passes, the more I realise that nostalgia is a basic theme in my work.

I would have enjoyed living in the 1800s as an artist on the Grand Tour: suspended in an evocative time with every landscape providing an uncontaminated view in my quest for a sublime feeling of disarming beauty.

I enjoy change, the idea that a mutation has taken place and that the world, which was once inhabitable and cognizable, has magically turned ancient and unknown. I think back to a day when I saw a partial solar eclipse and, as that extraordinary light generated a feeling of irrepressible euphoria, in the solitude of the photographic lens everything became more clear, crystal clear, but most of all, more original and magical.

Through my liberal arts studies I have definitely been influenced by the Italian Renaissance, but I believe that the only way forward is to find connections between all known representations and cultural models in a constant dialogue made up of gestures of recognition and subtle nuances.
I want the premise of my photography to be a state of need, an ethical commitment capable of providing temporary appeasement, allowing a face or a place to become recognizable, familiar, and inhabitable. The photography I seek does not violate, judge, hide or transform, as seeing is an act of magic that needs levity and transparency, rather than weighty technology. I am horrified by the insensitivity of photo-reportage and the excessive flawlessness of a hyper-professional eye; rather, I seek a fresh, small scale approach with my 35mm and I try to impose on the outside world a sort of visual editing that will always reveal small and intimate private universes.

I would like my photography to shed light on the premise of a construction, of a job performed on the basis of an overall script or canvas. I always start with a project in mind, but this must never be rigidly defined; it must be open to intuition and chance encounters. This cross-cutting that is a kind of montage resembles the construction methods of mosaics or puzzles. It is important to show that, although the overall image comes together only at the end, every single image must be self-sufficient and valid in its own right. Lined up, one after the other, these photographs of houses and landscapes, together with those of faces and gestures, create an unusual sequence, a sort of fortune telling, or divination reading, where every figure and couple reveal the secret understanding of a story or destiny.

I have always dealt with the “scene to be portrayed” directly and positioned myself face to face with events, avoiding cuts or flights of any type. I primarily use normal lenses; I don’t like showing which lenses I have used for, as Luigi Ghirri says, “The true lens has always been something other than an optical lens”. I believe that eyesight is humankind’s most overrated sense and that melancholy and fear often occur because we see "too much". I believe that the duty of photography is to build images and pictures so that photographing the world becomes a way to understand and shape it.

Through fragments and intuitions, small light mutations, the residue of a colour, the detail of a façade and the lines on a face or an unexpected space, photography can transform all these things into small certainties...en ensemble of small constellations to be connected in order to trace a possible itinerary.

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“Mi sto per avventurare in campo romantico, là dove uomo e natura dominano in egual misura e ognuno di essi conferisce significato e interesse all'altro”, come il pittore Ludwig Richter, sono anch'io alla ricerca di una simbiosi perduta tra natura e cultura.
Più vado avanti e più scopro che la nostalgia è un tema portante della mia opera.
Mi sarebbe piaciuto vivere nell'800 come un artista in viaggio durante un Grand Tour, in un tempo sospeso ed evocativo dove rivolgere a ogni paesaggio uno sguardo incontaminato, nel tentativo di percepire un sentimento sublime e di disarmante bellezza.
Mi piace la modificazione, l'idea di una mutazione che è avvenuta, che il mondo, da abitabile e conoscibile, sia diventato per incanto misteriosamente sconosciuto e antico.
Ricordo di un giorno di un'eclissi parziale di sole, in cui la luce straordinaria mi provocò un'euforia incontenibile, e nella solitudine della lente fotografica tutto era diventato più chiaro, cristallino, ma soprattutto più originale e magico.

Nella mia educazione umanistica ho sicuramente subito l'influenza del Rinascimento italiano, ma ritengo che la possibilità di vedere passi attraverso tutte le rappresentazioni e i modelli culturali conosciuti, in un dialogo di continui ammiccamenti e sottili sfumature che è forse l'unica strada possibile.
Desidero che la mia fotografia abbia come presupposto uno stato di necessità, un impegno etico, che sia in grado di restituirci un momento di pacificazione, che consenta a un volto, a un luogo, di essere riconoscibile, familiare, abitabile.
Ricerco una fotografia che non violenti, giudichi, nasconda o trasformi, perchè vedere è un atto magico e ha bisogno più di leggerezza e trasparenza, che non pesanti tecnologie.
Provo orrore per l'insensibilità della fotografia di reportage e l'eccessiva impeccabilità di una visione iper professionale, cerco invece una stesura fresca e "minore" grazie all'uso del 35mm e di imprimere al mondo esterno una specie di editing visivo che riconsegni sempre e comunque piccoli mondi privati intimisti.
Le mie fotografie vorrei che sottolineassero la tesi di una costruzione, di un lavoro svolto sulla base di una sceneggiatura di massima, un canovaccio. Ho sempre lavorato su un progetto di partenza che non dovesse restare un rigido schema per potersi aprirsi ad intuizioni e casualità che incontrassi nel corso del tempo.
Questo modo di incastrare che posso definire montaggio, assomiglia al metodo costruttivo di un mosaico o di un puzzle. Tenendo ben presente che se l'immagine totale si completa solo alla fine, anche ogni singola immagine deve avere una sua autonomia e validità.
Mettendoli in fila, una dopo l'altra, queste fotografie di case, paesaggi, assieme a quelle dei volti e dei gesti, formano una specie di sequenza strana, una sorta di cartomanzia, lettura divinatoria, dove ogni figura, coppia rivela la segreta comprensione di una storia o di un destino.

Ho sempre affrontato la “scena da rappresentare” in modo diretto, mi sono posto di fronte agli eventi in maniera frontale, evitando tagli o fughe di qualsiasi tipo. Uso prevalentemente l'obiettivo normale, non mi piace fare vedere le lenti usate perchè come dice Luigi Ghirri: "L'obiettivo vero è sempre stato un altro e non quello ottico".

Credo che la vista sia l'organo più sopravvalutato e che la malinconia e la paura nascano anche perchè vediamo "troppo".
Credo che il compito della fotografia è costruire immagini, figure, affinchè fotorafare il mondo sia anche un modo per comprenderlo, plasmarlo.
Attraverso frammenti e intuizioni, piccoli mutamenti della luce, l'evidenza di un colore, il particolare di una facciata, le linee di un volto, uno spazio inatteso, la fotografia può trasformare per noi tutto questo in piccole certezze. Un insieme di piccole costellazioni da unire fra loro per tracciare un itinerario possibile.